Un Blog sulla Terapia Cognitiva

Archivio per la categoria ‘Impressioni da congressi’

Dubrovnik 2009: Il congresso della EABCT (società europea di terapia cognitiva e comportamentale)

In Impressioni da congressi on 28 Settembre 2009 at 16:01
Veduta di Dubrovnik

Veduta di Dubrovnik

Qualche annotazione rapida sul congresso dell’associazione europea di terapia cognitiva e comportamentale (EABCT), tenutosi nella bella città croata di Dubrovnik dal 16 al 18 settembre 2009. Il congresso è apparso meno stimolante di quello dell’anno scorso a Helsinky. Vero è che l’edizione passata presentava il contrasto tra il modello ACT di Stephen Hayes e i modelli classici. L’ACT di Hayes, come si sa, si situa in una posizione polemica contro il resto del mondo cognitivo.

Quest’anno il protagonista è stato forse Adrian Wells, con il suo modello metacognitivo sul rimuginio. Wells si presenta come un innovatore, ma all’interno dell’ortodossia cognitiva. Indubbiamente Wells è ambizioso, si propone di essere il promotore di una svolta scientifica importante nell’evoluzione del cognitivismo clinico, ma non intende contrapporsi al paradigma cognitivo classico. La differenza rispetto al paradigma classico è che Wells insiste molto su tutte le credenze meta cognitive: timore del rimuginio, autovalutazioni negative legate alla convinzione di essere troppo ansiosi, troppo preoccupati, insomma, strani e diversi. La sua meta cognizione è molto focalizzata sul contenuto delle credenze, e questo lo mantiene vicino alla corrente centrale del cognitivismo clinico.

Tuttavia Wells (come mi fa notare Gabriele Caselli, che era presente al congresso) è anche attento alle tecniche di ristrutturazione dei processi di pensiero e non solo dei contenuti attraverso procedure terapeutiche che agiscono a livello implicito come l’attention training, il concreteness training, e così via).

Passando all’efficacia del nuovo modello, l’impressione è che per ora Wells non voglia proporre la sua tecnica come più efficace. I suoi risultati di efficacia (peraltro eseguiti su pochi pazienti, in alcuni studi solo quattro o cinque)  sembrano analoghi a quelli del paradigma classico, con percentuali di guarigione oscillanti dal 30% al 70%. Wells punta piuttosto a dimostrare che la sua teoria sia più accurata nel descrivere il vero meccanismo curativo della terapia, che sarebbe appunto quello metacognitivo e non cognitivo sulle credenze centrali non meta. Insomma, Wells in realtà non avrebbe scoperto una terapia più efficace, ma sarebbe stato più esaustivo nel descrivere il processo curativo.

Pubblicheremo altri post su questo congresso. Il prossimo sarà dedicato ai lavori presentati da docenti e allievi delle nostre scuole durante il congresso.

Sandra Sassaroli e Giovanni M. Ruggiero

Lo "stradun" di Dubrovnik

Lo "stradun" di Dubrovnik

Note sul congresso internazionale della SPR (Santiago del Cile, 24-27 giugno 2009)

In Impressioni da congressi on 29 Giugno 2009 at 14:06

Vi scrivo da Santiago del Cile, dove si sta svolgendo il congresso internazionale della Society for Psychotherapy Research (SPR). La società sembra in buona salute e il numero dei soci aumenta. Si tratta di una società con molti membri europei e sudamericani, in aggiunta agli studiosi dei paesi anglofoni. Si sta superando la fase –un po’ manierista- in cui il processo terapeutico sembrava ridursi al parametro troppo affettivo e poco tecnico della relazione terapeutica. Stanno emergendo ricerche che tentano di correlare i movimenti in seduta dei pazienti con gli interventi dei terapeuti, con le loro caratteristiche personali e con le tonalità emotive che emergono in seduta. Queste sofisticate analisi vanno sotto il nome di ricerche multilivello e sembrano promettenti, anche se appare evidente il rischio che una messe di informazioni troppo ampia renda la lettura dei dati difficile.

Tra gli italiani presenti, ho incontrato Omar Gelo dell’Università di Lecce e membro del Direttivo della SPR Italia, e Marco Bani della scuola cognitiva di Como.

Ho anche incontrato Mike Lambert, invitato al congresso SITCC di Milano del 2010. Naturalmente  si è dimostrato felice di venire in Italia. Mentre parlo con lui, mi viene in mente che potrei chiedergli di avere dopo il congresso un incontro di discussione con noi di Studi Cognitivi sui suoi metodi di valutazione delle sedute.

Altra osservazione: mi è parso che in questo congresso la valutazione della formazione sia molto presente e che si stia tentando di mettere a punto metodologie di ricerca in grado di investigare quanto e come imparano gli allievi, e soprattutto quanto del cambiamento dei pazienti dipenda effettivamente dalla formazione ricevuta dal terapeuta. Altre domande che ho visto formulate in molte presentazioni: Esiste uno stile terapeutico specifico degli allievi? Esiste uno stile terapeutico personale? Esiste uno stile giusto per tutti i pazienti? Oppure ognuno di noi ha uno stile che si adatta (o “fitta”, scusate l’anglicismo –se Giovanni non me lo censura-) meglio con qualche paziente e con qualcun altro meno? Queste sono le domande che ci si pone in questo congresso e mi sembrano domande rilevanti a cui nessuno ancora sa rispondere, ma promettenti perché potrebbero consentirci una valutazione della formazione e della supervisione più adeguata dal punto di vista scientifico.

Un saluto dal freddo inverno di Santiago del Cile

Sandra Sassaroli

Notizie dal convegno SITCC del 5-7 giugno 2009

In Impressioni da congressi on 8 Giugno 2009 at 12:12

A Torino, dal 5 al 7 giugno 2009, si è svolto il convegno “Mente e Corpo”, organizzato dalla SITCC, la Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva. Il convegno è stata un occasione per fare il punto della situazione scientifica nella nostra società. Da anni, anzi da decenni convivono nella SITCC due anime: una, cosiddetta “razionalista”, più concentrata sui protocolli clinici di  intervento formalizzati, sulla ricerca empirica di tipo clinico sull’efficacia degli interventi e sui processi cognitivi; e una seconda anima, cosiddetta “post-razionalista”, che invece preferisce dedicarsi a una visione più ermeneutica del processo terapeutico, in cui è possibile trovare un senso a posteriori del processo attraverso una analisi di tipo qualitativo (mentre invece sarebbe illusorio formalizzare a priori delle tecniche) e spesso appoggia le sue speculazioni teoriche sulla ricerca di base che esplora la connessione tra mente e cervello.

Naturalmente le due anime a volte si combattono, ma altre volte trovano punti di contatto. Ad esempio, è possibile incontrarsi sul terreno della meta cognizione, dell’attaccamento, della motivazione e dell’esplorazione degli aspetti meno immediatamente padroneggiabili degli stati mentali attraverso la funzioni cognitive superiori.

A Torino abbiamo tentato di fare questo, organizzando presentazioni e workshop interattivi con coppie di conduttori di entrambe le anime della SITCC. Fabio Veglia e Sandra Sassaroli si sono confrontati su un caso clinico; Angelo M. Inverso e Giovanni M. Ruggiero sul rapporto tra ricerca e clinica.

Se dobbiamo essere sinceri, ci sembra che l’operazione per ora abbia avuto un successo solo parziale. In breve, l’aspetto positivo per ora si limita alla consapevolezza della differenza e alla volontà di confrontare i due differenti orientamenti clinici in maniera rigorosa ma non distruttiva. Naturalmente, il conflitto non va cercato, ma nemmeno evitato. Tuttavia, la sensazione attuale è che le differenze metodologiche e teoriche al momento sono ancora troppo forti per diventare in grado generare confronti davvero fruttuosi. L’anima post-razionalista ed ermeneutica ha una concezione del caso clinico come di processo che si auto-struttura accadendo, un processo sempre sfuggente che è impossibile formalizzare in griglie precostituite. L’anima razionalista, invece, crede che queste griglie, esistano e siano di aiuto. Ascoltando la discussione dei casi clinici, si ha la sensazione che i “post-razionalisti” valorizzino un livello di disordine nella seduta molto maggiore dei cognitivisti. Io penso che nella qualità dell’intervento, se siamo di fronte a un vecchio clinico esperto, si possano affrontare questi rischi. Ma questa disorganizzazione dell’intervento, in mano a terapisti ingenui possa produrre risposte cliniche a volte inadeguate. Mi è difficile, oltretutto, vedere il collegamento tra gli esercizi esperienziali di cui spesso i post-razionalisti parlano e fanno uso, e il razionale che sottende il loro utilizzo in seduta.

Sandra Sassaroli e Giovanni M. Ruggiero

Forum di Assisi!!!

In Impressioni da congressi on 1 Aprile 2009 at 14:24

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Il 28 e 29 marzo si è svolto ad Assisi il “III Forum sulla Ricerca in Psicoterapia” delle scuole Studi Cognitivi, Psicoterapia Cognitiva e Ricerca, Scuola Cognitiva Firenze, APC e SPC. Lo scopo era offrire la possibilità ai nostri allievi di presentare le loro ricerche, dare loro modo di confrontarsi tra loro e con gli allievi delle scuole APC e SPC dirette da Francesco Mancini, per ragionare su novità, problemi e nuove idee che da queste ricerche emergono.

L'aula del Forum

L'aula del Forum

L’incontro è stato un successo inaspettato, sia dal punto di vista della partecipazione che della quantità delle ricerche. Assisi era bellissima e piovosa e siamo stati molto bene. Non ho notato sterili competitività tra le scuole. Spero che gli allievi abbiano assaggiato il sapore della severità morale della scienza empirica, ma anche dell’ ambizione di emergere e fare un lavoro che attragga l’ammirazione. Tutto questo deve portare al rinnovo in senso scientifico della psicoterapia italiana e delle scuole di formazione che insegnano la psicoterapia.

Partecipanti venuti da Milano

Partecipanti venuti da Milano

Naturalmente, accanto ad alcune ricerche quasi mature ce ne erano moltissime ancora in fase di elaborazione iniziale. Sappiamo che è difficile impostare una ricerca, è difficile adottare una metodologia corretta ed è difficile sapere analizzare i risultati, traendo dai risultati solo ciò che essi ci dicono e non cedendo alla tentazione dell’overinterpretazione. Ma questo è un obiettivo da raggiungere sul lungo periodo. Il clima amichevole è stato vissuto da alcuni come un limite, impedendo una discussione più stringente e dura sulle ricerche, sui campioni, sui metodi. Probabilmente è vero, ma in questo primo incontro forse era più giusto puntare sulla costruzione di una atmosfera positiva e condivisa. Solo in un secondo momento sarà più giusto essere più severi. Nel prossimo forum –previsto tra due anni- l’atmosfera amichevole sarà un dato acquisito e potremmo impostare le discussioni in maniera più approfondita e critica.

Partecipanti arrivati da San Benedetto del Tronto

Partecipanti arrivati da San Benedetto del Tronto

E ora, in ordine rigorosamente alfabetico, alcuni lavori che mi hanno colpito. Alighieri ha studiato il trattamento dialettico-comportamentale dei disturbi alimentari. Ambrosio e altri e Avallone e altri hanno proposto qualche idea sui correlati neuro-anatomici della psicoterapia e dell’empatia, rispettivamente. Uno studio interessante, con tutte le audacie epperò anche le forzature di questo tipo di lavori. Anelli ha esaminato il livello di formazione degli allievi, concentrandosi su autoefficacia percepita e consapevolezza del proprio modo di funzionare. Baracca, Bosio e altri hanno esplorato il rapporto tra ragionamento contro fattuale e i due tipi di senso di colpa (deontologico e altruistico), e hanno cercato di dimostrare che il senso di colpa deontologico dovrebbe produrre contro fattuali ossessivizzanti riferiti al sé, mentre il senso di colpa altruistico dovrebbe produrre contro fattuali depressivi riferiti alla vittima. Baroncelli e altri hanno confrontato sintomi e credenze alimentari in campioni provenienti da differenti regioni d’Italia, trovando costrutti più legati ai disturbi alimentari nell’Italia settentrionale e centrale rispetto all’Italia del sud. Bernardelli e altri hanno studiato l’effetto della separazione e del divorzio sull’attaccamento. Bosio, Bateni e Prunetti hanno studiato l’effetto del ricovero nella cura del paziente borderline. Calarco e altri hanno studiato la relazione tra narcisismo e perfezionismo. Cangioli e altri hanno esaminato la psicopatologia alimentare in un campione di adolescenti. Cardetti, Ferrato, Vallauri e Vinai hanno esplorato le credenze cognitive dei pazienti affetti da Night Eating Syndrome. Carmellini ha affrontato il problema della prevenzione della depressione post-partum. Carone, Di Sabato e altri hanno esaminato il ragionamento contro fattuale, che potremmo definire come la ricerca di scenari immaginari alternativi che facciamo nelle situazioni di crisi: “e se fossi andato in quell’altra direzione questo non mi sarebbe successo”. Alcuni contro fattuali hanno una funzione positiva e costruttiva (quelli in cui ci si limita ad immaginare una situazione alternativa), altri sono negativi e catastrofizanti (quelli che implicano un giudizio globale su di sé). Carreri e altri hanno studiato la soddisfazione professionale e il senso di autoefficacia come possibili indici del grado di formazione di allievi delle scuole di psicoterapia. Casale e altri hanno confrontato la gestione dello stress in atleti professionisti e dilettanti. Caselli ha esaminato l’ipotesi che il consumo di alcol sia una strategia di controllo della ruminazione. Ceccato e altri hanno studiato vicinanza e autonomia affettiva dai genitori negli adolescenti. Fiore e altri ha esaminato il rapporto tra perfezionismo, controllo e criticismo. Giovini e altri hanno esaminato le modificazioni degli schemi motivazionali dei terapeuti durante il percorso terapeutico. Morelli, Mezzaluna e Fiore hanno esaminato la relazione tra aggressività e criticismo. Puliti e altri hanno esaminato il rapporto tra onicofagia, dissociazione e rabbia. Rapisarda ha esplorato con rigore una metodologia di valutazione dell’esito della psicoterapia cognitiva. Leonor Romero-Lauro ha esaminato l’ipotesi che una credenza ossessiva di responsabilità non accompagnata da convinzione di poter controllare possa correlarsi a stati depressivi e non ossessivi, come accadrebbe nel caso di responsabilità unita a convinzione di controllo. Rimondini e altri hanno esplorato le tecniche comunicative in terapia. Questo lavoro è importante per l’attenzione al momento clinico e non solo psicopatologico. Sampietro e altri hanno esaminato i costrutti dell’ansia e immagine corporea negli obesi. Sansone e altri hanno studiato un possibile indice del livello di formazione degli allievi: l’evolversi dei loro schemi mal adattivi durante la formazione. Scarpantonio e Epifani hanno dimostrato che gli emigrati hanno teorie naif sulla sofferenza mentale diverse dagli italiani. Questi ultimi hanno teorie naif più psicologiche, mentre gli immigrati hanno teorie naif più da pensiero concreto e meno psicologiche. E tanti altri ancora che ora non posso citare e ricordare.

Sandra Sassaroli

P.S.: il libro degli abstract del Forum è consultabile nel mio studio in Foro Buonaparte 57 tutti i venerdì pomeriggio.

Chiacchiere a cena

Chiacchiere a cena

Steven C. Hayes al congresso europeo di terapia cognitiva di Helsinky: una svolta?

In Impressioni da congressi on 13 Ottobre 2008 at 00:12

Alla fine di settembre sono stato al congresso della società europea della terapia cognitiva, l’EABCT (European Association of Behavioural Cognitive Therapy) con un certo desiderio di aggiornarmi, ma non con aspettative di grandi novità o di sorprese. Invece, le sorprese le ho trovate. Il congresso è stato dominato da Steven C. Hayes, una figura multiforme di ricercatore, clinico e teorico che si presenta come un innovatore. Innovatore epperò desideroso di essere considerato nella grande corrente, nel mainstream, del cognitivismo.

Hayes ha occupato militarmente il congresso. Egli era presente, anzi torreggiava, con la sua testa lucida e calva, in varie plenarie, key-note address e tavole rotonde, rischiando l’inflazione. E’ riuscito a mettere in primo piano non solo le sue teorie e le sue ricerche, ma anche se stesso, mostrando qualità oratorie non comuni e una personalità perfino troppo debordante, in cui si intravede l’abitudine americana al discorso pubblico e alla prestazione sociale brillante. A tratti, mi è sembrato di assistere a un discorso di Barak Obama durante una convention di partito.

Ma che cosa propone esattamente Hayes? Devo dire che al primo impatto i suoi discorsi, anche se indubbiamente affascinanti, non erano chiarissimi. Percepivo la forte impronta polemica, diretta contro le figure dominanti della terapia cognitiva. Sapevo che Hayes ha da molti anni proposto un suo approccio clinico, denominato ACT (Acceptance and Commitment Therapy). Sapevo inoltre che recentemente Hayes è stato duramente attaccato in alcuni articoli. In particolare è stato il bersaglio di un articolo molto puntuto, scritto da un rispettato studioso e ricercatore svedese, tale Ost. Costui ha passato in rassegna tutti gli studi di efficacia effettuati con l’ACT e ha concluso che i dati non sono ancora definitivi e che in alcuni casi, o in molti casi (dipende dalle interpretazioni), questi studi di efficacia non abbiano rispettato tutti i crismi scientifici più elevati, quelli delle prove di efficacia randomizzate.

Tornato in Italia, ho iniziato a leggere il libro di Hayes (chiamato anch’esso Acceptance and Commitment Therapy) e ho potuto raccapezzarmi un po’. Ho appreso che l’ACT di Hayes appartiene alla cosiddetta terza ondata del cognitivismo, la corrente teorica che mette in discussione uno dei principi fondativi della terapia cognitiva (attenzione però: uno, non tutti) . Mi spiego. La terapia cognitiva assume che la mente sia indagabile come un elaboratore di informazioni (principio funzionalistico), che questo elaboratore funzioni attraverso regole di calcolo rappresentabili (principio computazionalistico e rappresentazionalistico), che queste regole siano le stesse per l’intera mente, senza che ci siano sfasature di comunicazione tra scompartimenti della mente o funzioni della mente, e che infine che eventuali “guasti” avvengano solo al livello delle regole del calcolo mentale, ovvero a livello sintattico (principio computazionalistico della terapia). Sono respinte invece le ipotesi di “guasti” che possano avvenire non al livello sintattico ma al livello di comunicazione interna della mente. In parole più semplici, per il cognitivismo standard di prima o seconda generazione o ondata non fa differenza che uno stato mentale si presenti come stato emotivo confuso e/o impulsivo, o come stato cognitivo ponderato e deliberato. La differenza di formato è pura apparenza, ciò che conta è la struttura sintattica sottostante, l’architettura di credenze e scopi.

Le terapie di terza ondata, invece, ritengono che le differenze di formato contino. Non è considerato ininfluente che uno stato mentale si presenti in forma di emozione oppure di pensiero verbale ponderato. L’emozione presenterà il suo tipico carattere di vividità percettiva, vaghezza concettuale, impulsività motivazionale e scarsa controllabilità deliberata, mentre il pensiero verbale ponderato presenterà il suo carattere di precisione concettuale, vaghezza percettiva, elevata controllabilità deliberativa e scarsa tensione motivazionale.

Le conseguenze terapeutiche sono molte, ma condensabili in un’unica direzione clinica: l’assunzione nel cielo delle tecniche cognitive, accanto all’intervento classico di ristrutturazione razionale (che mantiene la sua validità), di altri interventi che tentano di influenzare gli stati emotivi in maniera indiretta. Interventi che accettano (è il caso di sottolinearlo, dato che Hayes parla di terapia dell’accettazione, ovvero acceptance therapy) che le emozioni non possono essere modificate a volontà, ma solo influenzate attraverso esercizi di autoistruzione (ovvero: “non basta conoscere le credenze sane, occorre ripetersele spesso”), di gestione comportamentale (ovvero: “se faccio certe cose, certe credenze patologiche mi verranno in mente meno facilmente”), di accettazione (ovvero: “forse il problema non è cambiare i nostri stati d’animo, ma viverli in maniera meno drammatica”), e di meditazione. E così via.

Il tratto interessante di Hayes è che egli al tempo stesso va avanti e torna alle origini, poiché egli collega gli studi di terza ondata a una precisa fase del comportamentismo di Skinner. Attenzione: Hayes non intende tornare al comportamentismo radicale, ma solo recuperare una fase finora trascurata, quella dedicata allo studio del cosiddetto “comportamento verbale”. Questi studi iniziarono con un libro di Skinner, chiamato proprio “Verbal Behavior” e pubblicato nel 1957. All’epoca quel libro ebbe scarsa eco, ma da alcuni anni sta riconquistando la considerazione che merita. Skinner definì l’espressione verbale come un comportamento, ma un comportamento particolare, con peculiarità tutte sue. In questo modo finì per avvicinarsi molto al cognitivismo, ma non del tutto. Definendo l’espressione verbale un comportamento particolare, che influisce sul comportamento non verbale ma che ad esso non è riducibile, egli finì per trovarsi in una posizione in qualche modo già di terza ondata, in cui le strutture concettuali consapevoli (che sono osservabili come espressione verbale o comportamento verbale) sono una componente della mente, ma non tutta la mente. In tal modo, Skinner trovò un modo per definire operativamente la componente deliberata e consapevole del pensiero (quella più propriamente cognitiva), ma non ritenne che tutto il pensiero sia descrivibile in termini verbali, cioè in termini cognitivi classici (o, per usare un linguaggio tecnico, in termini computazionalistici).

Tutto questo potrà apparire un po’ fumoso e di scarso interesse clinico, e lo è, se ci limitiamo al versante teorico. Ma le idee cominciano a chiarirsi leggendo gli esempi sperimentali e clinici che Hayes descrive nel suo libro. Tra i più interessanti sono gli esperimenti che descrivono le differenze qualitative tra “comportamento non-verbale” e “comportamento verbale” (ovvero, in termini cognitivi, tra pensiero ponderato, consapevole, deliberato e verbalizzabile e altri stati mentali, a cominciare dalle emozioni). Una delle principali caratteristiche del comportamento verbale è la tendenza alla rigidità appiattita su regole e la scarsa rispondenza alle modificazioni del contesto. Le conseguenze cliniche per la comprensione di vari tipi di pazienti sono evidenti a chi abbia un minimo di esperienza. Per esempio, il paziente ossessivo deriverebbe la sua tendenza alla rigidità non solo da certe credenze, ma anche da un uso eccessivo di pensiero verbale (o di comportamento verbale) e da una trascuratezza per i suoi stati mentali non verbali.

Giovanni M. Ruggiero

Notizie dal congresso italiano SPR

In Impressioni da congressi on 30 Settembre 2008 at 16:09

Riapriamo il blog dopo una troppo lunga pausa estiva. Si è svolto a Modena il VII congresso della sezione italiana della Society for Psychotherapy Research (SPR). Qui parlerò della interessante discussione sui diversi tipi e stili di ricerca in psicoterapia svoltasi nella sessione plenaria finale. Nel suo intervento, il nostro didatta Giovanni M. Ruggiero ha ragionato sulle caratteristiche della ricerca clinica in ambito cognitivo e poi le ha confrontate con lo stile di ricerca più tipico dei lavori presentati nella SPR.

La ricerca in terapia cognitiva è stata da sempre attenta all’analisi dell’efficacia terapeutica e delle variabili psicopatologiche del paziente, attraverso la somministrazione di questionari e di interviste strutturate al di fuori del trattamento. L’osservazione diretta di ciò che accade in seduta è stata sempre poco popolare tra i ricercatori cognitivisti. La teoria cognitiva ha concepito la terapia come un processo altamente programmabile e descrivibile a priori secondo regole formali, veri e propri algoritmi terapeutici. Non a caso i manuali di terapia cognitiva sono numerosi e diffusi. In breve, il ricercatore cognitivo preferisce disegni di ricerca semplici e focalizzati su obiettivi precisi, e la raccolta dati tende ad essere snella ed economica.

La tradizione della ricerca della SPR è invece sempre stata attenta al cosiddetto processo terapeutico, a quel che accade in seduta. Quindi gli strumenti di ricerca sono sempre stati l’analisi delle sedute, effettuata mediante registrazioni, trascrizioni e metodi di analisi testuale. La quantità di dati, e di rumore bianco, è debordante. Gli obiettivi di ricerca sono più generali e ambiziosi, ma anche più generici: l’obiettivo è capire come è fatta una seduta di psicoterapia. Una ricerca obesa e laboriosa.

L’atteggiamento cognitivo è quindi: “ipotizzo in anticipo cosa avviene in una buona terapia cognitiva, misuro il cambiamento sintomatologico e lo correlo con la modificazione cognitiva”; l’atteggiamento SPR invece si potrebbe descrivere così: “è talmente complesso ciò che faccio in terapia che sono costretto a iniziare dalla analisi testuale delle sedute andando a cercare ciò che accade”.

Entrambi questi tipi di ricerca hanno i loro punti di forza e di debolezza e, tra loro, si parlano a fatica. È facile sottolineare il rischio del semplicismo nella ricerca di stile cognitivista, ed è facile per i cognitivisti considerare farraginosa e scarsamente utile per la misurazione degli esiti la ricerca di processo. Sappiamo che il cognitivismo per alcune patologie è particolarmente indicato ed efficace. Questo è un indizio a favore dell’efficacia dell’intervento di ristrutturazione pragmatica e razionale di marca strettamente cognitiva. Tuttavia, è nel giusto anche la critica proveniente da ambienti diversi dal cognitivismo, come l’area SPR. Infatti, sappiamo anche che l’intervento di ristrutturazione razionalistica non descrive l’intero processo terapeutico e non assicura che la terapia cognitiva consista solo nell’intervento squisitamente cognitivo. Per capire quali altri fattori possano essere in gioco, occorrerebbe una analisi più fine di quel che accade in seduta, al di là di quanto previsto nei manuali.

Il rischio possibile della critica all’indirizzo cognitivo è che si butti il bambino con l’acqua sporca. È vero che le tecniche e le strategie cognitiviste standard mostrano un certo affanno a confrontarsi con patologie di asse due o con le doppie diagnosi. Tuttavia, può essere irritante sentire sempre dire che la terapia cognitiva sfiora il semplicismo teorico perché non tout court applicabile al paziente cosiddetto grave. Le patologie gravi ci chiedono un incremento delle conoscenze sulle credenze che applichiamo per i pazienti meno gravi; ci chiedono un incremento di conoscenza degli aspetti evolutivi o relazionali che possono aiutarci a costruire la mente del paziente; infine, ci chiedono un costante aggiornamento delle tecniche che usiamo, pensiamo alla mindfullness e alla EMDR.

Un breve nota sul congresso. È necessario che la ricerca italiana si sviluppi e si diffonda nei servizi e nelle università e nei centri privati in modo da poter divenire cultura di base, e sfoci non solo nella progettazione e nella pubblicazione delle ricerche ma anche in un mutamento profondo della mentalità. Una mentalità rispettosa e interessata alle ricerche degli altri, un costante atteggiamento di aperta curiosità verso ciò che il mondo dice, ma anche la necessità di giustificare le proprie idee sulla base di dati e numeri. Un ricercatore serio non usa la ricerca né la sua né quella degli altri come una clava contro il mondo ma fa della ricerca un modo serio e critico di vivere la sua vita professionale. Spero di non esagerare in purezza!

Ah, dimenticavo: sono stata rieletta presidente! Un presidente donna, poco accademico e molto appassionato di ricerca. Nel direttivo sarò aiutata da Antonio di Tucci di Studi Cognitivi, Alessandro Zennaro dell’Università di Aosta, Antonello Colli dell’Università di Roma e Claudia Prestano della Università di Palermo.

Prossimo congresso: Bolzano 2009. Questa volta, sarà un incontro europeo e non solo italiano. Vi aspetto.

Sandra Sassaroli

Kansas City: impressioni dal corso DBT

In Impressioni da congressi on 30 Giugno 2008 at 09:49

All’inizio di giugno io, Giovanni Ruggiero, Roberto Framba ed Elisa Zbudil-Bonatti (allieva del IV anno del corso di Milano) siamo stati a Kansas City per partecipare a un corso di introduzione alla DBT (dialectical behavioural therapy) di Marsha Linehan. Il viaggio è stato divertente, malgrado il caldo soffocante e due giorni di grande lavoro. Trattandosi di un corso introduttivo, quel che abbiamo sentito ha aggiunto poco alle cose del modello DBT che già conoscevamo. Nonostante questo, abbiamo potuto apprezzare alcune sottigliezze tecniche, che ho già cominciato a “buttare addosso” agli allievi di Firenze questa settimana. Per esempio, il concetto di “dear man”, un acronimo che raccoglie la lista di operazioni cognitive e comportamentali che il paziente border deve apprendere e applicare per migliorare la qualità del suo rapporto con gli altri. Il paziente border spesso non ha l’abilità di affrontare il problema di comunicare agli altri ciò che desidera o non desidera. Egli oscilla tra rabbia aggressiva e ritiro depressivo e rinuncia auto-colpevolizzante. Gli step sono 4: 1) definizione concreta e chiara del problema; 2) definizione e riconoscimento dell’emozione coinvolta;3) comunicazione chiara e pratica di quello che si desidererebbe e alla fine un 4) rinforzo relazionale, che addolcisce il conflitto e permette all’altro di ingaggiarsi per il cambiamento.

Sembra quasi, come mi ha detto Giovanni, un corso di buone maniere, il che mi fa pensare come siano cambiati i tempi rispetto al passato, in cui si parlava molto di spontaneità e di lasciarsi andare e di piccoli gruppi di autocoscienza.

Per oggi basta, ormai è sera e sono stanca anche io. Troppi viaggi ultimamente, prima di chiudere mi viene in mente che occorre ricominciare a pensare e a ragionare su concreti esempi di pensieri ed emozioni da mettere alla prova. Dell’ICCP di Roma vi parlerò poi.

Sandra Sassaroli


(Qualche) novità dal congresso mondiale dei disturbi alimentari

In Impressioni da congressi on 28 Maggio 2008 at 16:05

Invitata gentilmente da Giovanni Ruggiero, mi cimento anche io con un “post” nel nostro “blog” (ma che lingua è?). Sono stata all’ultimo congresso dell’Academy of Eating Disorders (AED), la più estesa associazione mondiale dedicata allo studio dei disturbi alimentari. Il congresso si è tenuto a Seattle dal 15 al 17 maggio 2008. Un congresso molto psichiatrico e molto biologico, con davvero poca psicoterapia, sia cognitiva che non. E vabbè.

Due i momenti di interesse per noi di Studi Cognitivi. Il primo, l’intervento di Virgin Macintosh (Nuova Zelanda) in sessione plenaria nel pomeriggio di giovedì 15 maggio. La Macintosh ha portato dati a favore di una maggiore efficacia della terapia supportiva nelle anoressiche (attenzione: anoressiche, non bulimiche) rispetto alla nostra terapia cognitiva. Scandalo! Come terapista cognitiva, non sono rimasta convinta. Si trattava di 7 pazienti trattate secondo una tecnica non molto chiara, ma che in fondo mi è sembrata una cognitiva edulcorata, dolce, poco aggressiva e molto validante verso gli stati emotivi del paziente. Insomma, un intervento più prudente, come qualunque terapeuta cognitivo farebbe con i suoi pazienti più gravi e difficili. E le anoressiche sono pazienti gravi e difficili.

In platea è scoppiato il finimondo. Fairburn si è alzato e ha sostenuto che la CBT effettuata nel centro della Macintosh fosse mal eseguita, e solo per questo era risultata meno efficace della terapia supportiva. Può darsi, anche se questa obiezione poteva essere espressa con maggiore delicatezza. Molti si sono irritati con Fairburn, che oggettivamente non è un tipo simpatico. Detto questo, però, cosa è questa terapia supportiva? Un cassetto vuoto in cui si mette qualcosa che non è cognitivo e nemmeno dinamico? Mi pare un passo indietro in termini di consapevolezza clinica e tecnica e uno scadimento della definizione di psicoterapia come una forma di accudimento emotivo e poco professionale. Può essere la psicoterapia solo questo?

Il secondo momento di interesse è stato il dibattito sulla Night Eating Syndrome. Della quale so poco, ma una cosa ho capito: il nostro didatta Piergiuseppe Vinai sta dando un grande contributo alla definizione diagnostica in corso di questa sindrome e sta facendo un ottimo lavoro. Lo invito a “postare” a sua volta su questo “blog” (Giovanni, ma che lingua è?)

In breve, un congresso abbastanza interessante, con la sensazione che la bulimia è considerata ormai un problema risolto (grazie alla terapia cognitiva), che molte pazienti croniche affette da anoressia sono difficilmente trattabili (e qui ci si lascia andare a qualche mugugno contro la terapia cognitiva) e che molti si sono appassionati alla ricerca di modelli biologici e neurologici, nella speranza di trovare il farmaco miracoloso. Vedremo.

Sandra Sassaroli