Il caso riportato è stato parzialmente modificato e mescolato con i dati di altri pazienti per renderlo irriconoscibile e proteggere lo spazio privato della persona in trattamento.
Qualche settimana fa stavo conducendo un intervento terapeutico ortodossamente cognitivo su un caso di panico. Nel corso della seduta l’intervento si sviluppò in maniera meno prevedibile del solito. Lo riporto perché penso che possa insegnare qualcosa.
Stavo esaminando gli episodi di panico di un paziente, maschio e quarantenne, ma avvertivo da alcuni minuti un senso di disagio e insoddisfazione. Malgrado applicassi l’intervento in maniera corretta e ortodossa, incontravo scarso successo quando tentavo di suggerire al paziente che fosse possibile sopportare lo stato d’animo sgradevole che accompagnava l’episodio di panico. Evidentemente, il discorso suonava poco convincente. Finché mi si accese una piccola luce, che illuminò in parte il quadro nebbioso. A un certo punto pensai che l’errore dipendesse dal considerare l’episodio di panico come una unità globale indivisibile. Insomma, impostare la discussione della credenza “non posso sopportare il panico” legandola all’intero episodio forse non era la migliore strategia. L’errore tipico del paziente ansioso è la tendenza a pensare per categorie astratte e generiche, fuori dal tempo e dallo spazio, e forse io stavo facendo lo stesso errore focalizzando il disputing sui concetti astratti di “panico” e “sopportare”. Mentre invece occorreva sempre essere il più possibile concreti, e accertare nel dettaglio cosa intendesse il paziente per “episodio di panico”. Una fine analisi dei fatti spesso è più efficace di mille dimostrazioni più o meno logiche. A pensarci bene, “panico” era un termine molto generico, una categoria amplissima che non mi diceva nulla di quello che era veramente accaduto.
E che cosa era accaduto esattamente? Lo chiesi al paziente e finalmente la piantai di insistere a ristrutturare cognitivamente qualcosa che non era ancora stato ben compreso. Era successo che due giorni prima il paziente aveva avuto delle sensazioni di straniameno dalla realtà (derealizzazione) poco dopo aver avuto un contrasto nemmeno troppo intenso con sua moglie. Queste sensazioni si erano già presentate in passato dopo altri litigi. Tuttavia, a detta del paziente, la sensazione di derealizzazione era così insolita e straniante che la reazione di terrore era in realtà abbastanza comprensibile. Così come era comprensibile un rimuginio ipocondriaco collegato alle sensazioni di derealizzazione (“potrei avere un tumore al cervello”).
Questo accertamento più approfondito rese il disputing successivo molto più centrato e focalizzato. Il problema non era tanto accettare e sopportare il panico (la vecchia paura della paura) e nemmeno tollerare l’incertezza ipocondriaca (“chi mi assicura che non potrei avere un tumore al cervello?”) Più banalmente, il paziente aveva bisogno che qualcuno lo rassicurasse che lo stato di derealizzazione, sebbene non frequentissimo, sia una manifestazione plausibile di uno stato di alterazione emotiva intensa, come può essere un litigio con il coniuge. Formulato in questa maniera, il concetto di “posso sopportare il panico” diventava più efficace e convincente. Espresso invece nei modi scolastici precedenti semplicemente non funzionava.
Certo, tutto questo non è una soluzione defintiva del disturbo. Rimane molta strada da fare. Per esempio: perché un litigio genera stati di alienazione dalla realtà così intensi? Il contrasto emotivo è una situazione così intollerabile da determinare una fuga dalla realtà? E così via. Ma ciò che conta è comprendere che la linea che separa un intervento corretto ma inefficace perché scolastico e un intervento invece efficace perché focalizzato sullo specifico modo di vivere il panico di un certo paziente dipende sempre da un accertamento dettagliato e non generico. Non si deve dare nulla per garantito. Le descrizioni devono essere il più possibile precise. Non dobbiamo mai avere troppa fretta di concludere un accertamento per precipitarci a disputare e ristrutturare. Meglio chiedere nella maniera più dettagliata possibile: “ma lei, esattamente, cosa ha provato in quel momento?”
Nei minuti seguenti della seduta suddividemmo il panico in alcune sottounità, alcune delle quali potevano essere sdrammatizzate e modificate in senso cognitivo classico (alla Beck, per intenderci) e altre potevano essere invece sopportate e tollerate secondo indicazioni di stile più metacognitivo. In conclusione, il paziente comprese che il picco emotivo iniziale, dal sapore dissociativo e quasi terrorizzante (una derealizzazione, come detto prima) era poco controllabile volontariamente e andava sopportato, magari sottolineandone la durata breve e la sua natura emotiva e non morbosa. Invece, le inferenze ipocondriache successive potevano essere bloccate dal soggetto attraverso la critica razionale e lo sforzo volontario. Il panico, quindi, era stato suddiviso in due parti: la prima da sopportare e accettare metacognitivamente, la seconda da modificare, sdrammatizzare e controllare razionalmente.
Giovanni Maria Ruggiero
