La terapia cognitiva non è nata in un preciso momento e luogo. Tuttavia, si possono individuare delle sorgenti e dei momenti cruciali in cui qualcosa nacque. Uno di questi momenti sorgivi fu l’atto di drastica semplificazione dei principi della tecnica psicoterapeutica in voga negli anni cinquanta effettuato da Albert Ellis. Ellis aveva seguito per un periodo iniziale l’orientamento psicoanalitico, ed era rimasti delusi da alcune raccomandazioni tecniche molto diffuse all’epoca tra gli psicoanalisti: la neutralità e la non direttività dell’operare terapeutico. Questa neutralità, che significava l’assunzione di un atteggiamento silenzioso e distaccato da parte del terapeuta, aveva una sua precisa finalità clinica e pratica, e una altrettanto precisa giustificazione teorica. Finalità e giustificazione che però chiariremo in seguito, Per ora ci basti sapere che, a quel tempo, si raccomandava a ogni terapeuta un grado di interazione minimo con i pazienti.
Nella seconda metà degli anni ‘40 Albert Ellis, nato a Pittsburgh nel 1913 e formatosi come terapeuta di indirizzo psicoanalitico presso il prestigioso Karen Horney Institute, seguiva questi principi tecnici. Egli si era specializzato nel trattamento dei problemi sessuali e di coppia e riscuoteva un buon successo. Tuttavia, Ellis era insoddisfatto. I principi tecnici a cui si atteneva lo convincevano sempre di meno. E tra tutti i principi, quello della neutralità tecnica era qwullo che più lo rendeva perplesso. Finché, alla fine degli anni ’40, Ellis iniziò ad intuire che, in molti casi, non era necessario attendere che il paziente sviluppasse da solo le sue capacità introspettive, senza alcuna intromissione da parte del terapeuta. Si poteva intervenire prima, incalzare e perfino guidare il paziente con mano più sicura e indicare il problema psichico.
Anni dopo Ellis, in uno dei suoi libri più famosi, raccontò quegli anni in cui egli fu psicoanalista e applicò la tecnica psicoanalitica standard. Si trattava, come è noto, di invitare il paziente a produrre associazioni libere a partire da sogni, e –come già detto- nel mantenere un costante e rigoroso atteggiamento silenzioso e distaccato, anche nel momento in cui il paziente non riuscisse a trovare alcuna associazione su cui lavorare, o peggio non aveva sogni da descrivere. In quei casi calavano lunghi e insopportabili silenzi, in cui Ellis taceva, e spesso il paziente si alzava dal divano, e sfidava il terapeuta con frasi pungenti. Ellis allora reagiva interpretando il tutto come una resistenza al cambiamento. Ma anche questo intervento un po’ più attivo rientrava nell’ortodossia . Il paziente a volte rimaneva convinto, altre volte no.
Chi non era per niente convinto era lo stesso Ellis. La tecnica ortodossa lo lasciava sempre più insoddisfatto. Dover tacere quando, con poche domande opportunamente piazzate, si potevano chiarire alcuni punti oscuri; dover sempre e costantemente creare un tipo particolare di relazione con il paziente (cosiddetta di transfert), relazione che intendeva essere neutrale e distaccata, ma che finiva per essere oggettivamente conflittuale, difficile, penosa e a tratti provocatoria; quei lunghi silenzi finivano per esasperare molti pazienti che avevano bisogno di qualcuno che li aiutasse a mettere ordine e chiarezza nei propri stati d’animo e non che se ne rimanesse lì, muto come una sfinge e incombente dall’alto (come è noto, a quei tempi spesso il paziente giaceva su un lettino durante la seduta). E ancora, assistere alla scarsa efficacia degli interventi di interpretazione cosiddetta profonda, per lo più centrati sugli accadimenti dell’infanzia e sulla relazione con i genitori; ebbene, tutto questo rendeva Ellis sempre più scettico e insoddisfatto.
A questo punto, il nostro eroe passò a una tecnica meno ortodossa. Una tecnica per la verità non originale, a dimostrazione del fatto che certe insoddisfazioni già circolavano da anni e già avevano prodotto delle rotture nel tessuto ortodosso della psicoanalisi. Questa tecnica meno rigorosa e nobile era denominata “psicoterapia ad orientamento psicoanalitico”. Si trattava di assumere un atteggiamento più attivo e direttivo, che non prevedesse che il paziente giacesse sul lettino, ma che interagisse da una più comoda e colloquiale posizione faccia a faccia. Inoltre, non si obbligava più il paziente al ritmo intenso di 4 o 5 sedute settimanali per anni, ma si accettavano anche solo 1 a 2 incontri a settimana e anche solo per alcuni mesi. Infine, non si trattava più di focalizzarsi solo sul passato e sull’infanzia, ma anche di tentare l’analisi e il trattamento dei problemi quotidiani con strumenti applicabili sul momento. E così via. Con grande sorpresa di Ellis, questa tecnica, teoricamente più superficiale, produceva risultati molto più incisivi e duraturi. Eppure anche dopo questa svolta Ellis rimaneva solo parzialmente soddisfatto
Il distacco dalla psicoanalisi avvenne nel gennaio 1953, quando egli iniziò ad autodefinirsi terapeuta razionale (rational therapist). Dal 1955, con la pubblicazione del saggio New approches to psychoterapy techniques, denominò il suo nuovo approccio Rational Therapy (RT). La denominazione verrà successivamente modificata in Rational-Emotive Therapy (RET) ed infine in Rational Emotive Behavior Therapy (REBT).
Ellis, quindi, dopo alcuni tentativi nel ’53 era diventato più attivo e direttivo in seduta, e soprattutto aveva iniziato a definirsi terapeuta razionale. Che significava? Che cosa era successo? Era successo che era nato il modello classico del trattamento cognitivo. Modello che concettualizzava la mente come un elaboratore di informazioni e l’attività mentale come un insieme di conoscenze. Per il terapeuta cognitivo la mente è, dunque, prima di tutto gestione di informazioni, pensiero.