
Lo stile di pensiero del paziente ansioso e/o depresso è negativo, specializzato nella produzione di valutazioni e aspettative pessimistiche. La domanda é: in che modo il cliente giustifica con se stesso questo stile, senza giudicarlo disfunzionale e dannoso e tentare quindi di liberarsene?
La prima risposta è che, per il paziente, il pensiero negativo non è frutto di una interpretazione errata e distorta della realtà, ma realistica e accettabile. Per il paziente non è il suo pensiero ad essere negativo, bensì lo è la vita e il mondo. Di conseguenza, in un quadro negativo, pensare negativamente è la scelta più razionale.
Tuttavia, di quale negatività stiamo esattamente parlando? Vi sono varie sfumature di grigio nei vari disturbi. Si va dal nero seppia della depressione maggiore, alle colorature di vario tipo (rabbiose, affettive, paranoidi, e così via) dei vari disturbi di personalità, per arrivare al rosso del costante timore di pericolo tipico dell’ansia. Ed è da questo tipo di negatività partiremo, dalla negatività ansiosa, poiché la terapia cognitiva, sebbene applicabile a molti ambiti e disturbi, è raccomandata per la sua efficacia soprattutto per la cura degli stati ansiosi.
L’attitudine cognitiva negativista di tipo ansioso è comunemente denominata neuroticismo, termine proposto da Eysenck (1967). Per neuroticismo si intende “tendencies to readily perceive threat, and to be readily aroused” (Craske, 1999; p. 102), la tendenza ha percepire con prontezza la minaccia e porsi rapidamente in stato di allerta. Costrutti apparentati con il neuroticismo sono l’affettività negativa (negative affect) di Clark & Watson (1991) e l’ansia di tratto di Gray (1982).
Il neuroticismo, ovvero il pensiero negativo ansioso valuta l’ambiente esterno come minaccioso e che quindi legato alle emozioni della paura e dell’ansia. Tuttavia, è importante sottolineare che questa minaccia tende ad presentarsi con un aspetto impersonale. Il soggetto ansioso teme danni, disgrazie e/o sciagure, ma non sta troppo a pensare all’eventuale malevolenza o cattiveria altrui. Il problema interpersonale, pur presente, è in secondo piano ed è poco presente alla coscienza del soggetto ansioso. L’ansioso non rimugina troppo sugli altri. Semmai rimugina sui correlati pratici ed emotivi del pericolo in sé, sull’entità del pericolo e sulla propria (supposta) incapacità di gestirlo e di sopportarne il disagio.
Il neuroticismo è un costrutto unidimensionale. Una evoluzione articolata è il costrutto “orientamento negativo ai problemi” (Robichaud & Dugas, 2005a, 2005b), un costrutto che prevede quattro assi:
- Percezione dei problemi come minaccia al benessere
- Dubbi di inefficacia nella capacità di problem-solving
- Tendenza pessimista sugli esiti
- Bassa tolleranza alla frustrazione
Probabilmente dal punto di vista clinico l’idea più utile e illuminante è la percezione dei problemi come minaccia. Può essere un buon intervento cognitivo suggerire al paziente che egli abbia una idea distorta delle situazioni problematiche, valutandole come minacce. Dal punto di vista tecnico si potrebbe consigliare al giovane terapeuta di partire dal concetto di pericolo per poi arrivare a quello di problema, formulando la frase in modo che il paziente percepisca come il termine “problema” possa essere meno sgradevole di “pericolo”. Ad esempio:
T.: da quello che mi ha detto finora mi pare che lei abbia una certa tendenza a preoccuparsi, a vedere pericoli dappertutto. Ha mai pensato di chiamare questi “pericoli” con nomi meno minacciosi? Per esempio, alleniamoci a chiamare i pericoli “problemi”. Ribattezziamoli problemi. Questo potrebbe aiutarla?
Gli altri fattori dell’orientamento negativo ai problemi necessitano di interventi differenti, che illustreremo meglio in seguito. La tendenza pessimista sugli esiti va affrontata riconsiderando criticamente la reale portata negativa di questi temuti esiti. I Dubbi di inefficacia rientrano nel più grande ambito della valutazione di sé, così come la bassa tolleranza alla frustrazione appartiene all’ambito della intolleranza degli stati emotivi, un tempo noto come paura della paura.
Clark, L. A., Watson, D. (1991). Tripartite model of anxiety and depression: psychometric evidence and taxonomic implications. Journal of Abnormal Psychology, 100, 316–336.
Craske, M. G. (1999). Anxiety Disorders: Psychological Approaches to Theory and Treatment. Boulder, CO: Westview.
Eysenck, H. (1967). The Biological Basis of Personality. Springfield, IL: Charles C. Thomas.
Gray, J. A.(1982). The Neurobiology of Anxiety. New York: Oxford University Press.
Ladouceur, R., Blais, F., Freeston, M. H., Dugas, M. J. (1998). Problem solving and problem orientation in generalized anxiety disorder. Journal of Anxiety Disorders, 12, 139-152.
Robichaud, M., & Dugas, M. (2005a). Negative problem orientation (Part I): Psychometric properties of a new measure. Behaviour Research and Therapy, 43, 391-401.
Robichaud, M., & Dugas, M. (2005b). Negative problem orientation (Part II): Psychometric properties of a new measure. Behaviour Research and Therapy, 43, 403-412.


