Un Blog sulla Terapia Cognitiva

Il pensiero negativo (neuroticismo) in terapia cognitiva

In Riflessioni cliniche e teoriche on 20 Ottobre 2009 at 13:47

Lo stile di pensiero del paziente ansioso e/o depresso è negativo, specializzato nella produzione di valutazioni e aspettative pessimistiche. La domanda é: in che modo il cliente giustifica con se stesso questo stile, senza giudicarlo disfunzionale e dannoso e tentare quindi di liberarsene?

La prima risposta è che, per il paziente, il pensiero negativo non è frutto di una interpretazione errata e distorta della realtà, ma realistica e accettabile. Per il paziente non è il suo pensiero ad essere negativo, bensì lo è la vita e il mondo. Di conseguenza, in un quadro negativo, pensare negativamente è la scelta più razionale.

Tuttavia, di quale negatività stiamo esattamente parlando? Vi sono varie sfumature di grigio nei vari disturbi. Si va dal nero seppia della depressione maggiore, alle colorature di vario tipo (rabbiose, affettive, paranoidi, e così via) dei vari disturbi di personalità, per arrivare al rosso del costante timore di pericolo tipico dell’ansia. Ed è da questo tipo di negatività partiremo, dalla negatività ansiosa, poiché la terapia cognitiva, sebbene applicabile a molti ambiti e disturbi, è raccomandata per la sua efficacia soprattutto per la cura degli stati ansiosi.

L’attitudine cognitiva negativista di tipo ansioso è comunemente denominata neuroticismo, termine proposto da Eysenck (1967). Per neuroticismo si intende “tendencies to readily perceive threat, and to be readily aroused” (Craske, 1999; p. 102), la tendenza ha percepire con prontezza la minaccia e porsi rapidamente in stato di allerta. Costrutti apparentati con il neuroticismo sono l’affettività negativa (negative affect) di Clark & Watson (1991) e l’ansia di tratto di Gray (1982).

Il neuroticismo, ovvero il pensiero negativo ansioso valuta l’ambiente esterno come minaccioso e che quindi legato alle emozioni della paura e dell’ansia. Tuttavia, è importante sottolineare che questa minaccia tende ad presentarsi con un aspetto impersonale. Il soggetto ansioso teme danni, disgrazie e/o sciagure, ma non sta troppo a pensare all’eventuale malevolenza o cattiveria altrui. Il problema interpersonale, pur presente, è in secondo piano ed è poco presente alla coscienza del soggetto ansioso. L’ansioso non rimugina troppo sugli altri. Semmai rimugina sui correlati pratici ed emotivi del pericolo in sé, sull’entità del pericolo e sulla propria (supposta) incapacità di gestirlo e di sopportarne il disagio.

Il neuroticismo è un costrutto unidimensionale. Una evoluzione articolata è il costrutto “orientamento negativo ai problemi” (Robichaud & Dugas, 2005a, 2005b), un costrutto che prevede quattro assi:

  • Percezione dei problemi come minaccia al benessere
  • Dubbi di inefficacia nella capacità di problem-solving
  • Tendenza pessimista sugli esiti
  • Bassa tolleranza alla frustrazione

Probabilmente dal punto di vista clinico l’idea più utile e illuminante è la percezione dei problemi come minaccia. Può essere un buon intervento cognitivo suggerire al paziente che egli abbia una idea distorta delle situazioni problematiche, valutandole come minacce. Dal punto di vista tecnico si potrebbe consigliare al giovane terapeuta di partire dal concetto di pericolo per poi arrivare a quello di problema, formulando la frase in modo che il paziente percepisca come il termine “problema” possa essere meno sgradevole di “pericolo”. Ad esempio:

T.: da quello che mi ha detto finora mi pare che lei abbia una certa tendenza a preoccuparsi, a vedere pericoli dappertutto. Ha mai pensato di chiamare questi “pericoli” con nomi meno minacciosi? Per esempio, alleniamoci a chiamare i pericoli “problemi”. Ribattezziamoli problemi. Questo potrebbe aiutarla?

Gli altri fattori dell’orientamento negativo ai problemi necessitano di interventi differenti, che illustreremo meglio in seguito. La tendenza pessimista sugli esiti va affrontata riconsiderando criticamente la reale portata negativa di questi temuti esiti. I Dubbi di inefficacia rientrano nel più grande ambito della valutazione di sé, così come la bassa tolleranza alla frustrazione appartiene all’ambito della intolleranza degli stati emotivi, un tempo noto come paura della paura.

Clark, L. A., Watson, D. (1991). Tripartite model of anxiety and depression: psychometric evidence and taxonomic implications. Journal of Abnormal Psychology, 100, 316–336.

Craske, M. G. (1999).  Anxiety Disorders: Psychological Approaches to Theory and Treatment. Boulder, CO: Westview.

Eysenck, H. (1967). The Biological Basis of Personality. Springfield, IL: Charles C. Thomas.

Gray, J. A.(1982). The Neurobiology of Anxiety. New York: Oxford University Press.

Ladouceur, R., Blais, F., Freeston, M. H., Dugas, M. J. (1998). Problem solving and problem orientation in generalized anxiety disorder. Journal of Anxiety Disorders, 12, 139-152.

Robichaud, M., & Dugas, M. (2005a). Negative problem orientation (Part I): Psychometric properties of a new measure. Behaviour Research and Therapy, 43, 391-401.

Robichaud, M., & Dugas, M. (2005b). Negative problem orientation (Part II): Psychometric properties of a new measure. Behaviour Research and Therapy, 43, 403-412.

Ricordo di Cesare De Silvestri

In Annunci generali, I grandi clinici on 6 Ottobre 2009 at 09:41
Cesare De Silvestri

Cesare De Silvestri

Poco più di due settimane fa, Il 21 settembre 2009, è deceduto Cesare De Silvestri. Nella storia della terapia cognitiva in Italia, Cesare De Silvestri ha svolto un ruolo importante e seminale. Il suo principale merito è stata l’opera di diffusione in Italia della RET, la terapia razionale-emotiva di Albert Ellis. De Silvestri iniziò i primi corsi di insegnamento e addestramento clinico alla RET negli anni ’70, e quindi appartiene alla prima generazione di terapeuti cognitivi italiani. Grazie a De Silvestri, il cognitivismo italiano acquisì fin dall’inizio una forte impronta clinica e pragmatica, che si congiunse alla passione per la riflessione teorica tipica di altri padri fondatori come Guidano e Liotti.

Se volete rendere omaggio a Cesare, visitate il sito dell’Istituto Italiano “Albert Ellis” a questo indirizzo web. Troverete un pagina dove è possibile lasciare un messaggio di cordoglio e altri interessanti informazioni sulla vita e l’opera di de Silvestri, il suo essere a cavallo tra cultura latina e nordica, la sua opera di proselitismo ellisiano, con tutte le umane spigolosità necessitate da una simile opera profetica: vedi ad esempio la pagina “La RET e l’Italia”. Troviamo anche una lettera di saluto a noi colleghi rimasti (per ora) qui.

Infine, potete concludere questo pellegrinaggio visitando il suo bel sito personale, con notizie più personali e la sua opera narrativa e poetica.

Cesare De Silvestri era toscano e livornese, una personalità forte e abrasiva. Egli merita un saluto che non sia troppo stucchevole. De Silvestri amava scherzosamente paragonarsi a un capitano di vascello inglese che navigasse alle conquista delle acque italiche per conto di Albert Ellis. Noi preferiamo altrettanto scherzosamente paragonare la sua opera di proselitismo della RET in Italia ai pellegrinaggi mediterranei di San Paolo. Un mangiapreti anti-cattolico e talvolta anti-mediterraneo come lui gradirà questo paragone conclusivo che vuole essere un sberleffo di sapore toscano.

Sit tibi terra laevis, Caesar.

Dubrovnik 2009: Il congresso della EABCT (società europea di terapia cognitiva e comportamentale)

In Impressioni da congressi on 28 Settembre 2009 at 16:01
Veduta di Dubrovnik

Veduta di Dubrovnik

Qualche annotazione rapida sul congresso dell’associazione europea di terapia cognitiva e comportamentale (EABCT), tenutosi nella bella città croata di Dubrovnik dal 16 al 18 settembre 2009. Il congresso è apparso meno stimolante di quello dell’anno scorso a Helsinky. Vero è che l’edizione passata presentava il contrasto tra il modello ACT di Stephen Hayes e i modelli classici. L’ACT di Hayes, come si sa, si situa in una posizione polemica contro il resto del mondo cognitivo.

Quest’anno il protagonista è stato forse Adrian Wells, con il suo modello metacognitivo sul rimuginio. Wells si presenta come un innovatore, ma all’interno dell’ortodossia cognitiva. Indubbiamente Wells è ambizioso, si propone di essere il promotore di una svolta scientifica importante nell’evoluzione del cognitivismo clinico, ma non intende contrapporsi al paradigma cognitivo classico. La differenza rispetto al paradigma classico è che Wells insiste molto su tutte le credenze meta cognitive: timore del rimuginio, autovalutazioni negative legate alla convinzione di essere troppo ansiosi, troppo preoccupati, insomma, strani e diversi. La sua meta cognizione è molto focalizzata sul contenuto delle credenze, e questo lo mantiene vicino alla corrente centrale del cognitivismo clinico.

Tuttavia Wells (come mi fa notare Gabriele Caselli, che era presente al congresso) è anche attento alle tecniche di ristrutturazione dei processi di pensiero e non solo dei contenuti attraverso procedure terapeutiche che agiscono a livello implicito come l’attention training, il concreteness training, e così via).

Passando all’efficacia del nuovo modello, l’impressione è che per ora Wells non voglia proporre la sua tecnica come più efficace. I suoi risultati di efficacia (peraltro eseguiti su pochi pazienti, in alcuni studi solo quattro o cinque)  sembrano analoghi a quelli del paradigma classico, con percentuali di guarigione oscillanti dal 30% al 70%. Wells punta piuttosto a dimostrare che la sua teoria sia più accurata nel descrivere il vero meccanismo curativo della terapia, che sarebbe appunto quello metacognitivo e non cognitivo sulle credenze centrali non meta. Insomma, Wells in realtà non avrebbe scoperto una terapia più efficace, ma sarebbe stato più esaustivo nel descrivere il processo curativo.

Pubblicheremo altri post su questo congresso. Il prossimo sarà dedicato ai lavori presentati da docenti e allievi delle nostre scuole durante il congresso.

Sandra Sassaroli e Giovanni M. Ruggiero

Lo "stradun" di Dubrovnik

Lo "stradun" di Dubrovnik